Anche le piccole comunità ai margini delle grandi metropoli o disseminate tra campi e le grandi strade hanno una loro storia una piccola preziosa ricchezza di avvenimenti come avventura umana permeata di sentimenti e di ragione.
I secoli lontani e gli anni vicini si sono avvicendati nell’incessante potenza della vita che ogni giorno riprende la sua Aurora.
La presenza di un’osteria antica. Oggi rinomata come pregevole ristorante tipico. Rappresenta la continuità della tradizione di una semplice gioia fatta di buon gusto una gioia che anche a tavola rinvigorisce l’amicizia; un valore grande che non deve mai smarrirsi.
Lo sguardo lontano
Lo storico e uomo politico dell’antichità Romana Marco Tullio Cicerone, scrisse “la storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, nunzia dell’antichità”, e proprio anche parlando della Rampina noi abbiamo la testimonianza dell’antichità: la prima notizia su questa località che sarà poi chiamata Rampina, è da collegarsi con l’indicazione che ci viene da un antico itinerario romano del IV secolo dopo Cristo, dove è documentata la stazione del cambio dei cavalli al nono miglio da Milano, con la chiara dicitura amministrativa burocratica di “Mutatio ad nonum”.
Lungo l’attuale via Emilia, anticamente chiamata strada romana, stavano i cippi militari imperiali ad indicare le distanze; in loro sostituzione sono sorte, nel medioevo, le chiesette in lunga fila:
- San Martino al quarto miglio
- San Donato al quinto miglio
- San Cristoforo e Sesto Gallo al sesto miglio
- San Giuliano al settimo miglio
- Santa Maria alla Follazza all’ottavo miglio, frazione di Occhiò
- San Biagio alla Rampina al nono miglio.
Il decimo miglio era presso il ponte sul Lambro a Melegnano, tra la chiesa di San Giovanni e il rione del Borgo Lambro.
Nella vita di San Gualtiero Di Lodi, scritta da Bongiovanni, si legge che il santo lodigiano, ai primi del 1200, fece riedificare diversi ospedali in vari luoghi: uno presso Vercelli, uno presso Tortona, uno a Crema, l’ultimo “sopra la Vettabia accanto alla strada che porta a Milano, non molto distante da Melegnano” (“…super Vittabii fluviumiuxta stratam mediolanensem non multum distans a Melegnano).
Il libro che ne narra la Vita non ci dà la data sicura, ma è certo che l’attività di San Gualtiero per gli ospedali venne esercitata nel primo ventennio del 1200. Il luogo indicato corrisponde alla zona dove sta la Rampina: in quel punto la strada romana, oggi via Emilia, dopo aver superata la Vettabbia, percorreva un breve tratto in salita, per cui il luogo si chiamò ed ha tutt’ora il nome di “Rampina”, intendendo con questo nome non soltanto il nucleo di case oggi esistente con una pregiata Osteria- Ristorante, ma una zona piuttosto ampia.
E siccome nella Vita di San Gualtiero si parla chiaramente di “ricostruzione” degli ospedali, si può pensare che questo ospedale, vicino al nucleo di case della Rampina dedicato a San Biagio, abbia avuto vitalità e funzionamento più indietro nel tempo: quindi molto antico.
L’ospedale di San Biagio alla Rampina era diretto e amministrato da una confraternita di Melegnano che prendeva il nome di Disciplinati della morte sotto l’invocazione dei santi Pietro e Biagio. Questi confratelli avevano anche la direzione di una loro chiesetta in Melegnano dedicata a San Pietro, oggi non più esistente e sulla quale ne è stata costruita una più ampia nel 1666, tuttora funzionante. Tra le spese che la parrocchia di Melegnano per l’anno 1443, troviamo segnata quella fatta per la chiesa della Rampina, secondo quanto è sul testo del registro delle spese: “… a Giorgio Prealoni per certe spese fatte per la chiesa della Rampina, soldi VIII”.
Nel 1486 il prevosto di Melegnano, don Francesco Rolandi, concedeva la chiesetta della Rampina in feudo perpetuo alla Confraternita dei Disciplinati, insieme con la chiesetta dedicata a San Pietro di Melegnano. Nella visita pastorale di Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, nel 1567, con l’intento di riordinare meglio la parrocchia melegnanese, lo stesso arcivescovo ordinava che il complesso formato dalla chiesa e dall’ospedale, con tutti i suoi beni, fosse ceduto ai frati francescani Cappuccini di Milano, in modo che qualcuno di loro potesse avervi dimora; ma i cappuccini non accettarono l’offerta e il tutto restò ancora alla confraternita dei Disciplinati di Melegnano. Nella visita pastorale di un incaricato della Curia di Milano nell’anno 1570, l’ospedale di san Biagio che fino allora era gestito in un ampio locale e presso la chiesa di san Biagio alla Rampina, risultata trasferito a Melegnano presso la chiesetta di san Pietro, sede dei Disciplinati. Quindi, alla Rampina, rimase soltanto la chiesetta, e rimase attiva fino al 1591: in tale anno il prevosto di Melegnano don Pietro Maria Vegezzi chiese ed ottenne l’autorizzazione di far demolire anche la chiesetta della Rampina: il titolo e la devozione di san Biagio vennero portati nella chiesetta di san Pietro in Melegnano, che da quel momento si chiamò “chiesa dei santi Pietro e Biagio”, un titolo che rimase anche dopo la costruzione della nuova chiesa.
Dunque; tra il 1570 e 1581 il nucleo assistenziale-sanitario e religioso venne soppresso: alla Rampina rimase soltanto un luogo di ristoro, l’osteria della Rampina.
Don Cesare Amelli











