Prima di diventare un edificio vuoto e degradato, il padiglione oggi abbandonato dell’ex liceo Manzoni in via Rubattino è stato un luogo di educazione, accoglienza e crescita. Una storia lunga quasi sessant’anni che affonda le radici nella tradizione solidaristica dei Martinitt, e che rende ancora più stridente il contrasto con lo stato attuale della struttura.
Il padiglione fu donato ai Martinitt da alcuni benefattori con uno scopo preciso: offrire istruzione e opportunità educative ai ragazzi ospitati dallo storico istituto milanese. L’inaugurazione ufficiale avvenne nell’autunno del 1966, alla presenza dell’allora presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Merzagora. Un evento solenne, documentato da filmati dell’epoca e ricordato da una lapide ancora presente, che ne chiarisce la finalità: educazione, formazione, futuro.
Nel corso degli anni, tra quelle mura hanno vissuto e studiato generazioni di Martinitt. Il padiglione è stato prima scuola elementare, poi sede del liceo linguistico Manzoni, ma anche spazio vitale per attività educative e culturali: laboratori artistici, iniziative formative, la banda musicale dei Martinitt, esperienze che hanno segnato la crescita di tanti ragazzi.
Oggi, però, di quella vocazione resta ben poco. Il padiglione è l’unico dell’intero complesso a essere rimasto escluso dal grande progetto di riqualificazione che ha trasformato gli altri edifici in moderne residenze universitarie. Intorno, il Campus Martinitt ospita studenti, cantieri attivi e spazi rinnovati. Al centro, invece, sopravvive un edificio vuoto, chiuso, segnato dal tempo e dal degrado.
Finestre rotte, scritte sui muri, segni evidenti di occupazioni temporanee raccontano una parabola discendente che pesa non solo sul quartiere, ma anche sulla memoria collettiva di un luogo nato per educare. Un destino paradossale per uno stabile che, per volontà dei benefattori, doveva essere strumento di riscatto e formazione.
Il blocco del progetto di riutilizzo, fermo da anni nei passaggi amministrativi, ha congelato anche questa storia. Non si tratta solo di un investimento privato in attesa di autorizzazioni, ma di un pezzo di Milano che rischia di essere dimenticato, nonostante il suo valore simbolico e sociale.
A ricordarlo restano i documenti dell’inaugurazione del 1966, le immagini di Merzagora che taglia il nastro del quinto padiglione e quella lapide che ancora oggi spiega perché quello stabile esiste: per educare, per istruire, per dare futuro. Un messaggio che contrasta amaramente con l’abbandono attuale e che rende ancora più urgente una decisione capace di restituire dignità a questo luogo.



