Per comprendere Dante Alighieri (1265 – 1321) e la grandezza della sua rivoluzione culturale nel campo della letteratura e della lingua italiana (vedi il Dolce Stil Nuovo), occorre portarsi nel cuore di Firenze, “nell’umbelicus urbis” della città medievale. Agli Uffizi per esempio, dove si possono ammirare le fondamenta della cultura italiana impersonata dalla pittura: “La maestà di Duccio da Boninsegna” e poi i capolavori sconvolgenti di Cimabue a Santa Trinità, l’impressionante pala giottesca di Ognissanti, e ancora in Santa Maria del Carmine a farci stordire dal Masaccio, recarsi ad Arezzo per commuoverci davanti alla “Leggenda della Croce” di Piero della Francesca; cosa dire delle stanze del Vaticano dipinte con inimitabile leggiadria dal divino Raffaello, scoprire Giotto nei suoi affreschi sulla vita di S.Francesco in Assisi e per rimanere profondamente turbati dalla “Crocifissione” di Cimabue, l’inarrivabile capo scuola, sempre nella Basilica assisiana.

Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata
Sandro Botticelli, Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

Ebbene, Dante compie come i geniali autori dei mirabili dipinti, la stessa profonda rivoluzione nella lingua italiana: prende il latino del ‘300, lo mescola con i volgari italiani come il toscano – il veneto- il lombardo – l’umbro – il romanesco e inventa letteralmente la nuova lingua italiana che, attraverso il raffinato Petrarca e più in su nel tempo con Leopardi, Foscolo, Monti, il Manzoni e il Giusti fino ad arrivare a D’annunzio l’ardente aggettivista, è arrivata fino a noi. Dunque Giotto e Dante, i due fiorentini e coetanei, incantarono il mondo introducendo una cultura nuova mettendovi un sigillo per tutti i secoli a venire.

La vita di Dante fu turbolenta per via del suo impegno nel campo culturale ma anche in quello politico. Il nostro poeta era un cittadino benestante e aveva la consapevolezza di vivere le pulsioni di una grande città, culla della cultura e della finanza internazionale del tempo. Fu in politica un uomo sanguigno di fazione dove la lotta politica si sposava comunemente con la violenza incarnata dai Guelfi e Ghibellini, Bianchi e Neri, Medici e Pazzi, magnati delle corporazioni di Arti e Mestieri contro gli emergenti popolari. Nel 1302 il cambiamento: da cittadino influente e rispettato prende gli abiti del “Ghibellin fuggiasco”, per avere subito assieme al suo gruppo politico dei Bianchi un golpe da parte della fazione Nera. Comincerà da quell’anno una esistenza di profugo perchè fu scacciato da Firenze con l’accusa, considerata vile e vergognosa, di “baratteria” indicante l’accusa di concussione, corruzione e peculato. E il calice doloroso dell’esilio lo bevve fino in fondo, vagando da castello in castello “…libertà va cercando ch’è si cara, come sa chi per la vita rifiuta lasciando il bel fiume Arno e la gran villa”. Dante trovò ospitalità nel Casentino e nel Mugello, presso i castelli dei conti Guidi fino all’eremo di Camaldoli. Nel 1311 fu ospite del conte Guido e della sua sposa Gherardesca, figlia del conte Ugolino. Dante poi soggiornò a lungo a Verona (1316)  presso la corte dei Della Scala divenendo amico di Cangrande, il carismatico condottiero scaligero amante delle arti e orgoglioso della sua imponente biblioteca capitolare una delle più antiche e ricche d’Europa. Poi fu a Ravenna, l’ultimo rifugio, ospite gradito di Guido Novello da Polenta, ove visse un tempo sereno e nutrito di stimoli culturali, fino alla morte improvvisa. Il Boccaccio, suo ammiratore, scrisse che “…la Commedia era Divina perchè ci puoi trovare di tutto”. Se proviamo a leggere le prime tre terzine dell’Inferno ci vediamo l’intera condizione umana: “ Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per una selva oscura/ che la dritta via era smarrita/ tant’è amara che poco e più morte /ma per trattar del ben ch’io vi trovai/ dirò dell’altre cose ch’i v’ho scorte…”. A pensar bene è una cantica saettante e ben pensata, colma di passioni umane.

Gustave Doré, Illustrazione del Canto I dell'Inferno di Dante (1861 circa)
Gustave Doré, Illustrazione del Canto I dell’Inferno di Dante (1861 circa)

Per gli italiani Dante è quello Paolo e Francesca e del “libro galeotto” , quello del conte Ugolino che “la bocca sollevò dal fiero pasto”, quello dell’amata Beatrice “…che tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia quand’ella altrui saluta…”. Ecco allora il poeta che costruì la lingua italiana donandole una unità tanto attesa. Platone indicava in Parmenide “…il nostro padre in filosofia…”, così Dante fu il padre incontestabile dell’Italia attraverso la forza incomparabile dell’intelletto, del pensiero e dell’azione. Anche questo è l’Alighieri  che a Catone fa dire: “…libertà va cercando,ch’è si cara/ come sa chi per lei vita infinita…”. Il “Ghibellin” fuggiasco divenne così il padre degli italiani attraverso la potenza creatrice della grandiosa sua poesia. Nell’agosto del 1321, Guido da Polenta lo invia a Venezia come ambasciatore. Durante il viaggio di ritorno s’ammala di malaria, probabilmente contratta attraversando il delta del Po. Muore improvvisamente a Ravenna nella notte tra il 13 e il  14 di settembre. La parte finale della “Divina Commedia”, il Paradiso è concluso. Saranno i figli Pietro e Jacopo a farla conoscere al mondo della cultura occidentale.

Ravenna ne custodisce con cura e devozione i resti in una tomba da ben sette secoli e prepara apollinee celebrazioni al Vate che diede “luce alle parole”.

“Ravenna sta come stata è molt’anni a custodir le spoglie a riposo” “Credette Cimabue nella pittura tenerlo campo, e ora ha Giotto il grido, si che la fama di colui è scura…”

Osmano Cifaldi

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