Si è svolto a Como, domenica 8 marzo, presso il Palazzo del Borgo, in via
Borgovico, la presentazione del libro “Giuseppe Menta. Un uomo che
sapeva vedere”, autobiografia a quattro mani curata da Vincenzo
Guarracino.
Giuseppe Menta, “stilista del tessuto”, come era stato definito, è tutto in un
aneddoto, raccontato da sua moglie Engracia, “aveva una straordinaria
dote artistica, guidata non solo dal talento, dal gusto, dalla creatività ma
anche dalla capacità di vedere oltre i canoni della bellezza, per trovare
sempre una bellezza nuova… Come quella volta in cui, dopo avere
preparato per suo figlio Giovanni il panino da portare a scuola, era rimasto
incantato delle macchie di unto del tovagliolo che l’avvolgeva,
utilizzandolo per fare poi dei disegni spontanei e meravigliosi. Gli veniva
naturale: anche senza un progetto specifico”.
Con questa capacità, Menta (Cremona 1937- Como 2024) ha realizzato un
patrimonio di immagini per tessuti, ammirato e utilizzato da aziende
(Bordogna, Max Mara, Pinto) e sarti dell’alta moda (Versace, Armani), che
resta per le generazioni avvenire, oltre al fatto di aver dato vita dal 1974 ad
una propria azienda, dalle connotazioni pionieristiche, varando un marchio
ecologico “MentaVesteNatura”, improntato sulla produzione di stoffe dai
colori naturali non inquinanti. Fedele al principio espresso nelle parole di
un autore a lui molto caro, ossia Cesare Pavese, che il bello della vita è
saper “cominciare, sempre, ad ogni istante”, negli ultimi anni si era
dedicato anche alla creazione di gioielli che aveva riscosso successo e
consensi, oltre che alla ideazione e realizzazione di “progetti “ di opere
pittoriche, sperimentando forme nuove e impensate di eterea leggerezza e
freschezza rappresentativa, in una maniera che ideologicamente si accosta
a certe intuizioni di Joseph Beuys. Adoperando spatole, pirografi e bulini,
aveva intrapreso a saggiare le potenzialità del colore di farsi forma e
materia lasciandolo lievitare e accumulare su supporti riflettenti e vibratili,
al di fuori di qualsiasi intento decorativo e di ogni riferimento figurale e
naturalistico.
Erano nate così storie di segni, “capricci” e sintagmi cromatici governati
da una appassionata ricerca di luce, di forme, da un’ansia di libertà,lasciando a tratti riaffiorare lacerti e fantasmi di presenze oggettuali o
umane, a conferma di un estro sempre “in movimento” capace di trarre
stimoli da un’umbratile emotività, per dare ad essi forma e colore, destinati
a contagiare chi lo circonda.
ANTONELLA CASABURI


