La sconfitta della destra nel referendum sulla giustizia non è soltanto una battuta
d’arresto parlamentare trasferita nelle urne. È qualcosa di più profondo: è la prima
vera smentita politica di una maggioranza che, dopo aver trasformato la vittoria del
2022 in una presunzione di autosufficienza, ha finito per credere che bastasse
occupare il discorso pubblico, semplificare brutalmente i temi e agitare qualche
parola d’ordine identitaria per piegare il paese al proprio racconto.
Il punto decisivo non è solo che la riforma sia stata respinta. Il punto decisivo è come
e da chi è stata respinta. Se il no è ampio e se l’affluenza è davvero alta, come
indicano le informazioni di partenza, allora il significato politico del voto diventa
molto più severo di una normale sconfitta di governo: vuol dire che una parte
rilevante dell’elettorato non ha semplicemente dissentito sul merito, ma ha rifiutato il
metodo, il tono e l’impianto culturale con cui la destra ha tentato di imporre quella
riforma.
In altre parole, gli italiani non hanno respinto soltanto una modifica costituzionale.
Hanno respinto un atteggiamento di potere.
L’errore di fondo della destra: scambiare la maggioranza per egemonia
Il problema strategico della destra italiana, e in particolare del melonismo di governo,
è stato quello di confondere tre cose molto diverse: vincere le elezioni, controllare la
coalizione, convincere il paese. Sono tre piani distinti. La destra è riuscita nel primo,
in parte nel secondo, ma sul terzo mostra ora un limite strutturale.
La vittoria del 2022 è stata interpretata come una delega generale, quasi
antropologica: non solo a governare, ma a ridefinire istituzioni, linguaggio pubblico,
rapporti tra poteri dello stato, perfino il concetto stesso di legittimità democratica. Da
qui nasce una postura politica pericolosa: quella per cui chi vince non amministra un
mandato, ma si sente autorizzato a riscrivere le regole con il tono di chi considera
ogni obiezione un fastidio corporativo, ogni critica una congiura, ogni dissenso un
residuo del passato.
È esattamente questo schema che il referendum sembra aver rotto. Perché quando il
governo porta una sua bandiera identitaria davanti agli elettori e perde, non può più
rifugiarsi nella retorica dell’ostruzionismo o della palude parlamentare. In quel
momento parla il corpo elettorale. E se il corpo elettorale ti smentisce, il problema
non è la comunicazione: è la politica.
La propaganda becera come sostituto del pensiero
La destra ha probabilmente commesso un errore classico dei governi che si sentono
forti: ha sostituito l’argomentazione con la propaganda, la complessità con la
caricatura, il merito con la tifoseria.
Su una materia delicatissima come la giustizia, questo è ancora più grave. Perché la
giustizia non è un tema che si può ridurre senza costi a un riflesso pavloviano: da una
parte “i conservatori che riformano”, dall’altra “le caste che resistono”. È uno dei
campi in cui l’elettorato, anche quando non padroneggia i dettagli tecnici, percepisce
immediatamente se gli si sta parlando con serietà oppure se lo si sta trattando come
pubblico da comizio.
Ed è qui che la destra ha mostrato un tratto di arroganza politica: ha creduto davvero
che fosse sufficiente ripetere poche formule aggressive, costruire un nemico
simbolico, polarizzare il confronto e presentare la riforma come un atto di virilità
istituzionale per portare a casa il risultato. Come se gli italiani dovessero reagire
meccanicamente a un copione già scritto. Come se bastasse evocare un generico
“cambiare tutto” per farsi perdonare la povertà del contenuto.
La propaganda di basso livello funziona finché copre un vuoto di attenzione. Ma
quando chiama i cittadini a una scelta netta, su un testo preciso, su un equilibrio
costituzionale, rischia di produrre l’effetto opposto: non mobilita consenso, mobilita
diffidenza.
Il punto più duro, per la destra, è proprio questo: ha sbagliato la diagnosi sul paese.
Ha pensato che l’Italia fosse più disponibile alla semplificazione di quanto in realtà
non sia. Ha creduto che gli elettori fossero disposti a farsi spiegare una riforma
delicata con gli strumenti mentali della propaganda da talk show. E invece si è
scoperto che una larga parte del paese, magari silenziosa, magari poco ideologica, sa
distinguere tra leadership e prepotenza, tra riformismo e forzatura, tra consenso e
presunzione.
La sconfitta personale di Meloni
Per Giorgia Meloni questa non è una sconfitta distribuibile. Non è una di quelle
sconfitte che si possono spalmare sulla coalizione, sui tecnici, sui ministri o su una
cattiva campagna referendaria. È una sconfitta che la colpisce al centro della sua
costruzione politica.
Meloni ha edificato la propria forza su tre pilastri: centralizzazione della leadership,
disciplina della coalizione, controllo del racconto. Un referendum perso mina tutti e
tre.
Mina la leadership, perché dimostra che esiste un limite al suo potere di
trascinamento. Mina la coalizione, perché ogni alleato comincerà a chiedersi se
convenga ancora investire senza riserve sulla linea imposta da Palazzo Chigi. Mina il
racconto, perché per la prima volta si incrina il presupposto più importante del
melonismo: l’idea di essere in sintonia quasi naturale con “il paese reale”.
Quando un leader costruisce il proprio prestigio sul rapporto diretto con il popolo,
ogni sconfitta popolare assume un carattere quasi plebiscitario al contrario. Non vale
più la scusa della mediazione. Se hai personalizzato la spinta, personalizzi anche la
caduta.
Il referendum apre una crisi di strategia, non necessariamente di governo
Qui bisogna essere precisi. Una sconfitta referendaria non produce automaticamente
una crisi di governo. Ma può produrre qualcosa di più sottile e in certi casi più
corrosivo: una crisi di strategia.
La maggioranza può anche restare in piedi formalmente. I numeri parlamentari
possono reggere. Il governo può continuare. Ma da oggi la destra deve affrontare una
domanda che prima poteva eludere: con quale mandato politico pensa di portare
avanti le altre riforme-bandiera?
Il premierato, la legge elettorale, l’ulteriore offensiva sulla giustizia: tutto cambia di
segno. Fino a ieri venivano raccontati come il naturale sviluppo di una spinta
maggioritaria. Oggi rischiano di apparire come l’accanimento di un potere che ha
appena ricevuto un avvertimento e sceglie comunque di non ascoltarlo.
La differenza è enorme. Nel primo caso governi una traiettoria. Nel secondo sfidi
apertamente il segnale del paese.
Ed è qui che può aprirsi la tensione interna alla destra. Perché non tutti gli alleati
hanno lo stesso interesse a intestarsi una prosecuzione muscolare dopo una bocciatura
così netta. I partiti che stanno in coalizione per convenienza sono fedeli finché il
comando appare vincente. Quando il comando mostra vulnerabilità, cominciano i
distinguo, le fughe laterali, le recriminazioni sotterranee.
Il vero rischio per Meloni viene da dentro, non da fuori
L’opposizione, da quel che emerge anche dal testo di partenza, non sembra aver
costruito un fronte compatto. Eppure il governo può entrare ugualmente in una fase
delicata. Questo perché le leadership iperconcentrate non crollano quasi mai per
l’urto esterno; cominciano a logorarsi quando il gruppo dirigente smette di credere
nell’infallibilità del capo.
Finché Meloni appariva imbattibile, ogni malumore interno restava represso. Adesso
no. Adesso comincia la fase in cui, dietro la disciplina pubblica, può crescere il
ragionamento privato: abbiamo sbagliato linea? abbiamo forzato troppo? conviene
seguirla ancora su tutto? bisogna frenare? bisogna differenziarsi?
È il momento più insidioso per qualsiasi leader che abbia personalizzato il potere.
Perché la struttura che prima sembrava compatta si scopre spesso fondata più sulla
convenienza che sulla convinzione. E la convenienza cambia velocemente quando il
rischio di logoramento si fa concreto.
La destra paga anche un problema di qualità del ceto politico
Un altro elemento da non sottovalutare è la qualità del gruppo dirigente. La destra al
governo ha spesso dato l’impressione di possedere una notevole disciplina
comunicativa ma una più modesta profondità politica. Molta reattività, poca
elaborazione. Molto istinto di occupazione, meno cultura di governo. Molta
propaganda di appartenenza, meno capacità di persuadere oltre il proprio recinto.
In campagna permanente questo limite può persino sembrare una forza: messaggi
semplici, tono aggressivo, nemico identificabile, fedeltà del proprio elettorato. Ma
quando si entra in dossier istituzionali complessi, questa povertà di mediazione si
paga. Perché governare non significa soltanto imporre, ma costruire consenso
secondario, rassicurare i dubbiosi, evitare che una riforma venga percepita come una
prova di forza ideologica.
Se non sai fare questo, finisci per parlare solo ai già convinti. E un referendum non si
vince solo con i già convinti.
Il fattore internazionale aggrava la vulnerabilità
Il contesto internazionale e il rapporto con Trump sono un punto serio. Meloni aveva
costruito una parte della propria autorevolezza sull’idea di essere una leader capace di
tenere insieme radicalità identitaria e rispettabilità internazionale. Ma questa formula
regge solo finché gli equilibri esterni non diventano tossici.
Se la figura di Trump torna a essere per molti elettori un fattore di instabilità,
estremismo o inaffidabilità, la vicinanza politica o culturale rivendicata da Meloni
smette di funzionare come segnale di forza e può diventare un boomerang
reputazionale. In tempi di insicurezza globale, gli elettori possono tollerare molte
cose, ma non l’impressione che il governo si muova per riflessi ideologici anziché per
prudenza strategica.
L’ipotesi di elezioni anticipate: tentazione reale, soluzione rischiosa
L’idea di elezioni anticipate, se davvero circola, avrebbe una logica comprensibile:
votare prima che il logoramento si trasformi in emorragia. Ma sarebbe anche
un’ammissione implicita di debolezza. Significherebbe riconoscere che il ciclo di
espansione si è chiuso e che l’unico modo per salvare la centralità del leader è tentare
una nuova investitura prima che le contraddizioni maturino.
Il problema è che non sempre gli elettori premiano chi li richiama alle urne per
sfuggire alle conseguenze di un proprio errore politico. Potrebbero leggerlo come un
atto di furbizia tattica, non di coraggio. E soprattutto potrebbero non offrire alla
destra quella rigenerazione che la destra spera di ottenere.
La carta della sicurezza: il vecchio rifugio della destra in difficoltà
È molto plausibile che, sentendosi colpita sul terreno delle riforme, la destra torni a
spostare il baricentro sulla sicurezza. È il repertorio più classico del potere quando
vuole cambiare agenda: meno bilanci sulla propria sconfitta, più emergenze
simboliche; meno autocritica, più allarme; meno discussione sulla qualità delle
riforme, più identificazione di un nemico sociale.
Ma anche qui esiste un limite. La sicurezza può essere un collante propagandistico,
non una soluzione universale. Se viene usata in modo troppo scoperto come
diversivo, rischia di apparire per quello che è: un’arma di distrazione politica. E
quando gli elettori se ne accorgono, il cinismo percepito danneggia più del tema che
si voleva imporre.
Il punto politico più importante: il paese non è passivo
La vera notizia, in fondo, non riguarda solo la destra. Riguarda l’Italia. Questo voto
dice che il paese non è così manipolabile come certa propaganda governativa aveva
immaginato. Dice che esiste ancora uno spazio di discernimento civico capace di
reagire quando il potere esagera, quando semplifica troppo, quando pretende
obbedienza simbolica anziché consenso ragionato.
Per questo la sconfitta è più grave di una semplice bocciatura tecnica. Per la destra è
la fine di un’illusione: l’illusione che basti dominare i codici della propaganda per
trasformare ogni prova elettorale in una formalità. Non è così. Gli elettori possono
essere arrabbiati, disillusi, intermittenti, perfino contraddittori. Ma non sono materia
inerte. E soprattutto non amano essere trattati come comparse dentro una
sceneggiatura già scritta dal potere.
In sintesi se letta bene, questa sconfitta non annuncia necessariamente la caduta
immediata del governo. Annuncia però qualcosa di forse più importante: la fine della
sua impunità politica.
Da oggi la destra sa di poter perdere davvero. Sa che la personalizzazione può
ritorcersi contro chi la usa. Sa che la propaganda rozza ha un rendimento decrescente.
Sa che gli italiani, messi di fronte a una scelta seria, possono punire chi li ha
sottovalutati.
Ed è questo il dato che fa più male a Giorgia Meloni e al suo blocco di potere: non
aver perso soltanto un referendum, ma aver scoperto che il paese a cui parlavano
come a una platea suggestionabile è molto meno docile, molto meno ingenuo e molto
meno disposto a bersi la retorica di quanto la loro arroganza avesse immaginato.
Daniela Piesco


