Una giovane coppia sposata è sull’orlo di una crisi di nervi. Lui e lei sono un duo artistico, indossano abiti blu come lo stesso colore delle poltrone su cui sono seduti. Iniziano le accuse reciproche, la fine del loro rapporto sentimentale è inevitabile. Un funzionario entra in scena e offre a loro la strada consensuale del divorzio. I due accettano e, da qui, inizia un altro spettacolo. Secondo piano affronta i problemi, tanto diffusi, della relazione di coppia. Mumu e Muma, così si chiamano i giovani sposi, contengono già in quei nomi così simili, un aspetto simbiotico del loro rapportarsi. Due metà non fanno un intero e così sembrano Mumu e Muma alla ricerca di un equilibrio difficile tra l’affermazione delle proprie individualità e il fondersi uno nell’altro. “Chi siamo?” è la domanda che si pongono davanti al funzionario. Ricerca di se stessi, bisogno d’amore si intrecciano senza trovare una soluzione possibile che non vada oltre a quella del divorzio. Da qui, la drammaturgia scritta dai tre attori in scena offre lo spunto per riflettere su un altro aspetto della nostra società. Arrivare a concludere un divorzio è un percorso difficile segnato da numerose tappe burocratiche. Il funzionario ce lo fa vedere, portando all’estremo questa problematica. Un colpo di pistola che lo ucciderà è un atto d’accusa verso il Sistema. Il finale, la parte più interessante dello spettacolo, cambia il ritmo e l’energia della recitazione. Di fronte a due microfoni, Mumu e Muma vogliono farsi restituire reciprocamente quanto hanno dato in termini d’amore. Rivogliono i loro sacrifici indietro, anelano a uno sliding doors in cui tutto sarebbe potuto andare diversamente. È un momento toccante, triste ma dall’alto spessore significativo di uno spettacolo interessante che vuole, ulteriormente, farci riflettere, anche con comicità, sulle nostre contraddizioni e quelle della società.
Andrea Pietrantoni

